I leader del mondo in visita alla corte di Pechino

In una fase segnata da guerra, instabilità e crescente sfiducia verso gli Stati Uniti, un dato colpisce: sempre più leader internazionali stanno andando a Pechino. Dalla visita di Pedro Sánchez agli incontri con Tô Lâm e Sergey Lavrov, la Cina di Xi Jinping si propone come snodo diplomatico in un sistema internazionale sempre più frammentato. I media cinesi parlano di “外国政要排队访华” (leader stranieri in fila per visitare il Paese). Questa dinamica va letta alla luce del contesto internazionale attuale, segnato da conflitti e instabilità, in particolare dalla guerra in Iran e dalle tensioni energetiche globali.

La guerra contro l’Iran degli Stati Uniti prometteva di cambiare il Medio Oriente, indebolendo un regime malvagio e sventando le sue ambizioni nucleari. Poi il presidente Donald Trump ha dichiarato di poter “distruggere la civiltà iraniana in una notte”, scatenando la risposta indignata del Papa e iniziando una battaglia mediatica contro la Santa Sede. Due guerre che, come riporta Stefano Feltri nel suo progetto Appunti con l’analisi a cura di Manlio Graziano, Trump sta perdendo.

Secondo alcune analisi, la guerra in Iran doveva anche servire a spaventare la Cina, dimostrando come il controllo americano sui flussi di petrolio mondiale renda la Cina vulnerabile, oltre che mostrare la superiorità militare di Washington.

In questo contesto, la Cina affronta la guerra con l’Iran in una posizione relativamente solida grazie a diversificazione energetica, riserve strategiche e sviluppo delle rinnovabili. Non bisogna pensare, però, che questa resilienza non abbia dei limiti: l’aumento dei prezzi dell’energia, il rallentamento della domanda globale e la dipendenza dalle esportazioni rendono Pechino comunque vulnerabile a un conflitto prolungato. Più che immune, la Cina appare quindi meglio preparata dagli effetti sistemici della crisi.

Conseguenze diplomatiche

Il Segretario Generale del Partito Comunista del Vietnam e Presidente Tô Lâm ha effettuato una visita di Stato di quattro giorni in Cina; il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez ha iniziato la sua visita in Cina l’11 aprile, la sua quarta in quattro anni; anche il Principe ereditario Khalid di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, e il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov sono arrivati ​​a Pechino. Inoltre, il Presidente del Parlamento neozelandese Brownlee ha guidato una delegazione in Cina il 12 aprile, segnando la prima visita di un Presidente del Parlamento neozelandese in Cina in dieci anni.

Secondo il portale di notizie cinese online iFeng (凤凰网), collegato al gruppo media di Phoenix TV (凤凰卫视), l’ondata di visite di leader stranieri in Cina non è casuale né improvvisa, ma il risultato di una tendenza in corso da mesi. Secondo questa lettura, non è la Cina ad aver orchestrato attivamente queste visite: sono invece altri Paesi che, di fronte a cambiamenti globali provocati da attori come gli Stati Uniti, cercano di rafforzare i rapporti con Pechino.

Questa dinamica di visite da parte di capi di Stato e di governo stranieri si è sviluppata in due fasi temporali. La prima, come risposta alle politiche protezionistiche e ai dazi statunitensi; poi, più recentemente, come reazione all’instabilità geopolitica legata all’Iran e al Medio Oriente, che spinge molti Paesi a cercare sicurezza energetica e stabilità economica attraverso la Cina.

Sempre più Stati, inclusi storici alleati statunitensi, stanno diversificando le proprie relazioni internazionali, avvicinandosi alla Cina che si presenta come partner pragmatico.

In particolare, la stampa cinese ha dedicato attenzione alle visite dei rappresentanti di governo del Canada e della Nuova Zelanda, membri del gruppo Five Eyes, una storica alleanza di intelligence composta da cinque paesi anglofoni: Stati Uniti, Regno Unito, Australia e, appunto, Canada e Nuova Zelanda. 163.com scrive che i Five Eyes rischiano di trasformarsi in un “drago con un occhio solo” (“五眼联盟”眼看就要变成“独眼龙”了), mentre anche il primo ministro inglese Keir Starmer sta cercando di rafforzare le relazioni con Pechino.

La visita del Kuomintag

Questo contesto globale si riflette anche nelle dinamiche interne a Taiwan. A marzo di quest’anno, la presidente del Kuomintang (KMT), Cheng Li-wun (鄭麗文), ha accettato l’invito del presidente cinese Xi Jinping a visitare la Cina dal 7 al 12 aprile. Si tratta della prima visita da parte di un presidente del KMT in carica dal 2016.

Come ha scritto Simone Pieranni nella sua newsletter “Il Partito”, la scelta della data non è stata casuale:

Si tratta della stessa data del secondo e ultimo incontro tra Xi e l’ex presidente Ma Ying-jeou, avvenuto il 10 aprile 2024. Soprattutto, il 10 aprile 1979 è stato firmato il Taiwan Relations Act dall’allora presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. Si tratta della legge che ancora oggi regola i rapporti tra Washington e Taipei. Organizzare l’incontro proprio in questa data equivale sembra mandare un messaggio implicito: “risolvere” la questione taiwanese spetta al “popolo cinese” delle due “sponde dello Stretto”.

La visita di Cheng Li-wun è particolarmente significativa alla luce della sua linea di politica estera, che riflette un progressivo avvicinamento alla Cina. Più conciliante verso Pechino e al tempo stesso più scettica nei confronti degli Stati Uniti, Cheng ha criticato il piano di spesa per la difesa promosso dal presidente Lai Ching-te, accusando il Partito Democratico Progressista di aumentare il rischio di conflitto. Secondo Cheng, l’acquisto massiccio di armi finisce per favorire Washington, esponendo al contempo Taiwan a maggiori pressioni militari da parte della Cina, senza offrire garanzie concrete di protezione.

Cheng Li-wun adotta verso la Cina una linea retorica profondamente diversa rispetto a quella riservata agli Stati Uniti: se nel secondo caso insiste su costi, rischi e diffidenza, nel rapporto con Pechino mette al centro l’idea di una comune appartenenza culturale e storica. Nei suoi discorsi richiama esplicitamente la “nazione cinese” (中华民族) e definisce le popolazioni delle due sponde dello Stretto come “discendenti dell’Imperatore Giallo” (炎黄子孙), riprendendo un immaginario identitario già presente nella tradizione del Kuomintang ma spingendolo verso una dimensione più apertamente politica.

Questo passaggio diventa evidente quando collega il rapporto tra Taiwan e Cina al progetto della “grande rinascita della nazione cinese” (中华民族伟大复兴) promosso da Xi Jinping, affermando che le due parti dovrebbero “creare insieme un grande futuro per la rinascita nazionale” (为民族复兴开创更宏伟的前景). In questo modo, l’identità condivisa non resta solo culturale, ma viene integrata in una visione politica più ampia, in linea con la narrativa della Repubblica Popolare Cinese.

Anche la sua interpretazione del “Consenso del 1992” segna una rottura significativa: Cheng lo definisce come un’espressione di adesione al principio di “Una Cina”, allontanandosi dalla tradizionale formula del Kuomintang di “Una Cina, interpretazioni diverse”.


Un po’ di lingua…

  • 民族 mínzú: minzu (民族) è uno dei concetti chiave per comprendere la politica etnica in Cina. Il termine è difficile da tradurre in modo diretto perché si colloca tra ciò che in Occidente viene definito “etnia” e, in alcuni casi storici, anche “nazione”. Nella sua accezione contemporanea, minzu è generalmente inteso come etnia. Il concetto entra nel lessico politico cinese nei primi decenni del XX secolo, quando la Cina passa da impero a stato-nazione. Il termine viene ripreso dal giapponese minzoku e adattato nel concetto di zhonghua minzu (中华民族), la “nazione cinese”, in un contesto in cui Sun Yat-sen proponeva l’idea di una “unione delle cinque razze” (五族), riferita a han, manciù, mongoli, hui e tibetani. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare, il nuovo Stato eredita e riorganizza questo impianto concettuale attraverso il progetto di identificazione etnica degli anni ’50 (民族识别), che porta al riconoscimento ufficiale di 56 gruppi etnici, con gli Han come maggioranza e 55 minoranze nazionali (少数民族). Nel linguaggio pubblico, tuttavia, minzu tende progressivamente a coincidere con il concetto di “minoranza”, mentre l’identità Han diventa la norma implicita dell’identità cinese. A partire dagli anni più recenti, questo sistema è stato reinterpretato da alcuni studiosi e teorici vicini allo Stato, come Ma Rong, Hu Angang e Hu Lianhe, che hanno proposto la cosiddetta “teoria dei minzu di seconda generazione”. Questa visione si discosta dall’impostazione precedente della “configurazione unificata multietnica” (多元一体格局) e insiste su tre elementi: la depoliticizzazione delle identità etniche, la promozione dell’integrazione (交融) e il rafforzamento del mandarino come lingua comune (国语), con l’obiettivo di costruire un’identità nazionale più omogenea. Un esempio concreto dell’applicazione di queste logiche può essere osservato nelle politiche adottate nelle regioni a maggioranza di minoranze etniche, come lo Xinjiang, dove i principi di integrazione linguistica e identitaria sono stati tradotti in misure educative e amministrative.
  • 独眼龙 dú yǎn lóng: significa letteralmente “drago con un solo occhio” ed è un’espressione usata per indicare una persona cieca da un occhio. Al di là del significato letterale, il termine ha anche una storia interessante.In epoca imperiale e nella letteratura tradizionale cinese, soprannomi di questo tipo erano piuttosto comuni e spesso descrivevano caratteristiche fisiche evidenti dei personaggi. “Drago” (龙) richiamava forza e prestigio. Col tempo, però, l’uso si è semplificato e nel linguaggio moderno il termine è diventato prevalentemente colloquiale. Oggi viene usato soprattutto in modo informale, talvolta scherzoso o ironico, per riferirsi a qualcuno con un solo occhio, anche se può risultare leggermente dispregiativo a seconda del contesto.

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