La guerra in Iran vista da Pechino

Il 28 febbraio 2026, quando i missili americani e israeliani hanno colpito Teheran e Khamenei è stato eliminato, una delle domande che in molti si sono posti non riguardava l’Iran, ma la Cina.

Cosa farà Pechino?

Nelle settimane successive, il dibattito si è spaccato in due: da un lato c’è chi sostiene che l’operazione americana sia una mossa strategica per colpire la Cina privandola del suo principale fornitore di greggio scontato. Dall’altro chi replica che questa narrativa sia una razionalizzazione postuma, una storia più elegante inventata a posteriori per giustificare una guerra decisa per ragioni più semplici e meno geopolitiche.

Entrambe le posizioni, però, partono da un presupposto sbagliato: che la Cina e l’Iran siano alleati.

Wang Yi e Mohammad Javad Zarif al Ministero degli Affari Esteri dell’Iran, dopo la firma dell’accordo di cooperazione di 25 anni tra Cina e Iran, 27-03-2021.

Un rapporto pragmatico e asimmetrico

L’85-90% del petrolio iraniano esportato finisce in Cina. Nel 2025 si trattava di circa 1,38 milioni di barili al giorno, venduti a prezzi scontati, trasportati su una flotta fantasma di petroliere che spengono i transponder e rinominano il carico come malese o indonesiano per aggirare le sanzioni americane.

Dal 2021 esiste anche un accordo formale tra i due paesi: si tratta del Partenariato Strategico Globale venticinquennale, che impegna Pechino a investire fino a 400 miliardi di dollari in Iran su energia, infrastrutture, banche e telecomunicazioni. Colossi tecnologici cinesi come Huawei e ZTE hanno per altro già contribuito alla costruzione di parti significative delle infrastrutture di telecomunicazione iraniane. La Cina ha anche fornito all’Iran ingenti quantità di perclorato di sodio (considerato materiale critico per la produzione di carburanti per missili, in particolare nei sistemi di propulsione solida), proseguendo le spedizioni anche dopo che, nel 2025, il Tesoro degli Stati Uniti aveva sanzionato sei compagnie cinesi per questo stesso motivo.

Il mirino sui satelliti (e cosa ci dice davvero)

Uno degli episodi più rivelatori delle settimane precedenti all’attacco è passato quasi inosservato. La società cinese MizarVision, fondata proprio nel 2021, ha pubblicato immagini satellitari delle basi americane in Giordania, Kuwait e Qatar, mostrando la posizione delle batterie di difesa aerea e degli aerei di rifornimento strategico. Il Global Times (organo di stampa ufficiale del Partito Comunista Cinese) ha dedicato all’operazione un lungo articolo, citando un esperto militare cinese secondo cui Washington non sarebbe in grado di condurre un’operazione “in stile Venezuela”.

Non si trattava di una semplice analisi, ma piuttosto, di un segnale strategico. La pubblicazione di quelle coordinate è servita a notificare all’Iran (e al mondo) che Pechino è in grado di individuare la posizione delle forze avversarie e, se lo volesse, potrebbe condividere quella stessa intelligence con i suoi partner strategici.

Il limiti di una narrazione in stile “è tutto sulla Cina”

Il problema con la tesi dell’attacco anti-cinese è che non regge davanti ai numeri.

Come ha mostrato De Giorgio in un’analisi dettagliata, i barili iraniani e venezuelani rappresentano circa il 2–2,5% del consumo primario totale di energia della Cina, non il 15% delle importazioni di greggio che viene spesso citato, un dato che utilizza un denominatore fuorviante. Il carbone continua a coprire stabilmente tra il 56% e il 62% del fabbisogno energetico del Paese, mentre rinnovabili e nucleare hanno soddisfatto l’84% della crescita della domanda elettrica nel 2024.

I barili soggetti a sanzioni costituivano soprattutto un canale di arbitraggio commerciale: venivano raffinati e successivamente riesportati verso mercati come India, Corea del Sud e Giappone, più che rappresentare un’arteria vitale per l’approvvigionamento energetico cinese.

Lo conferma anche il rapporto annuale di J.P. Morgan su energia e geopolitica. Secondo questo studio, la Cina è parzialmente isolata dagli shock petroliferi globali grazie alla sua ampia base carbonifera domestica, mentre domina le catene del valore delle tecnologie pulite: circa l’80% della capacità manifatturiera mondiale di pannelli solari, quasi il 100% dei wafer fotovoltaici e circa l’80% delle batterie. Allo stesso tempo, la quota di elettricità nei consumi finali è salita al 39%, contro il 23% degli Stati Uniti. La diffusione dei veicoli elettrici ha già ridotto la domanda di petrolio di circa 1 milione di barili al giorno.

Tagliare i barili iraniani senza intervenire sulle catene del valore globali e sul capitale occidentale a cui la Cina continua ad avere accesso, osserva De Giorgio, «equivale a togliere il caffè a qualcuno che beve whisky».

Pechino risponde da acquirente, non da alleato

Dopo il 28 febbraio, la posizione ufficiale cinese è arrivata puntuale.

Sul piano pubblico, il Ministro degli esteri Wang Yi ha definito la guerra «un conflitto che non doveva scoppiare» (in cinese,一场本不应发生的战争), ha chiesto un cessate il fuoco immediato e ha proposto cinque principi:

  • Rispetto della sovranità;
  • Nessun abuso della forza;
  • Non interferenza;
  • Soluzioni politiche; e
  • Azioni costruttive da parte delle grandi potenze

Vale la pena notare una cosa interessante: nel commento ufficiale ai fatti del 28 febbraio, Wang ha aperto il suo discorso con una citazione classica della tradizione filosofica cinese: 兵者,凶器也,不可不审用 «le armi sono strumenti infausti e non devono essere utilizzate con leggerezza». La frase, che compare nell’Han Feizi (韩非子·存韩)– un classico della scuola legalista – richiama una lunga tradizione del pensiero politico cinese secondo cui la guerra deve essere impiegata con estrema prudenza. Il richiamo ai classici non è casuale: si tratta di una scelta retorica che presenta Pechino come la civiltà della moderazione strategica, implicitamente contrapposta a quella dell’impulsività statunitense.

Sul piano privato, secondo Bloomberg, il vero messaggio all’Iran non sarebbe arrivato per via diplomatica, ma sarebbe passato attraverso i vertici delle aziende energetiche di stato. Tre righe, nessun fronzolo: proteggete lo Stretto di Hormuz, non toccate il Qatar, lasciate passare le navi.

l motivo è semplice. Il Qatar da solo fornisce il 30% del gas naturale liquefatto (GNL) cinese. Quando un drone iraniano ha colpito Ras Laffan (il più grande terminale GNL del mondo) la produzione si è fermata per la prima volta in trent’anni. Per Pechino, non si tratta di un incidente accettabile.

E mentre Wang mediava tra Teheran e il resto del mondo, inviava al tempo stesso un messaggio anche a Washington, definendo il 2026 come “anno decisivo” per le relazioni sino-americane, avvertendo che l’assenza di dialogo non farebbe che alimentare incomprensioni e rischi di escalation. Il vertice con Trump, ha aggiunto, resta in ballo, mentre i preparativi tra il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng proseguono a Parigi.

L’Iran è sul tavolo. Ma non è il tavolo.

La Cina parla da acquirente, non da alleato. E, soprattutto, da interlocutore privilegiato.


Un po’ di lingua…

能源安全 (néngyuán ānquán) — sicurezza energetica. È uno dei concetti strutturali del lessico politico cinese contemporaneo: l’idea che l’accesso stabile alle risorse energetiche sia una questione di sopravvivenza nazionale. Il XIV Piano Quinquennale (2021-2025) la poneva come priorità di stato. Quello che sembrava politica climatica era al tempo stesso una strategia geopolitica: ridurre l’esposizione a fornitori instabili e rotte marittime vulnerabili come lo Stretto di Hormuz.

战略伙伴关系 (zhànlüè huǒbàn guānxi) — partenariato strategico. Con l’Iran si parla di 全面战略伙伴关系 (quánmiàn zhànlüè huǒbàn guānxi), “partenariato strategico globale e onnicomprensivo” — il livello più alto nella gerarchia diplomatica cinese. Una distinzione che conta molto sul piano del protocollo. Un po’ meno, come si vede, su quello della realtà.

务实 (wùshí) — pragmatico, concreto, orientato ai fatti. È la parola che meglio descrive la politica estera cinese nel Golfo. Non ideologia, non alleanze di valore: 务实合作 (wùshí hézuò), cooperazione pragmatica. Il petrolio si compra dove costa meno. Il gas si protegge dove serve di più. E quando l’alleato rischia di diventare un problema, lo si fa sapere attraverso i vertici delle aziende di stato — non con una dichiarazione diplomatica.


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